Inizio dicendo che quanto scriverò è la mia personale visione, nata dall’interpretazione di quanto esperito e conosciuto fin qui.
La lezione si svolge tradizionalmente in un luogo chiamato “Dojo“: Do è la traduzione del termine cinese “Tao” che rappresenta “la via”, in parte fatta di evoluzione terrena e in parte di trascendenza spirituale; da qui il termine “Jo” = luce. Così l’uomo giunge all’illuminazione, ad una visione più alta del senso delle cose e della vita.
Ci si spoglia degli abiti, si indossa la divisa usata per la pratica, il “Karateji” o “Keikoji” (erroneamente chiamato “kimono”), abbandonando simbolicamente le proprie sovrastrutture mentali e ci si consegna all’arte nella più completa semplicità.
Il saluto, ripetuto all’inizio e al termine di ogni esercizio, ha il compito di sintonizzare il corpo fisico con il corpo metafisico e spirituale.
Le forme di saluto, principalmente due, si chiamano “ritzu rei”, saluto in piedi con inchino, e “zarei”, saluto eseguito stando seduti sui talloni e ripetendo un inchino ancora più profondo. Filosoficamente il primo è connotato in termini meno meditativi del secondo, ma entrambi debbono esprimere rispetto e sincerità.

